Non fotografare


Interessante articolo pubblicato sul blog di Studio109

Penso possa essere interessante per tutti gli amici fotografi, fotoamatori ed amanti della fotografia.

Condivisibile sicuramente, e partecipabile in buona parte.

Mi viene in mente a questo proposito un’intervista fatta al cantante dei Ramones riguardo alla demenzialità di molti loro testi ed al fatto che non criticassero la società. La risposta fu commovente, diceva che vivendo costantemente nella merda non si poteva fare altrimenti che cantare la serenità, con scherzi e amenità, dello stare insieme, per fuggire, ogni tanto…dallo schifo.

Non fotografare

Postato il 10 maggio 2011 da Studio109

Non fotografare gli straccioni, i senza lavoro, gli affamati. Non fotografare le prostitute, i mendicanti sui gradini delle chiese, i pensionati sulle panchine solitarie che aspettano la morte come un treno nella notte.

Non fotografare i neri umiliati, i giovani vittime della droga, gli alcolizzati che dormono i loro orribili sogni. La società gli ha già preso tutto, non prendergli anche la fotografia.

Non fotografare chi ha le manette ai polsi, quelli messi con le spalle al muro, quelli con le braccia alzate, perchè non possono respingerti. Non fotografare il suicida, l’omicida e la sua vittima. Non fotografare l’imputato dietro le sbarre, chi entra o esce di prigione, il condannato che va verso il patibolo.

Non fotografare il carceriere, il giudice e nessuno che indossi una toga o una divisa. Hanno già sopportato la violenza, non aggiungere la tua. Loro debbono usare la violenza, tu puoi farne a meno.

Non fotografare il malato di mente, il paralitico, i gobbi e gli storpi. Lascia in pace chi arranca con le stampelle e chi si ostina a salutare militarmente con l’eroico moncherino.

Non ritrarre un uomo solo perchè la sua testa è troppo grossa, o troppo piccola, o in qualche modo deforme. Non perseguitare con il flash la ragazza sfigurata dall’incidente, la vecchia mascherata dalle rughe, l’attrice imbruttita dal tempo. Per loro gli specchi sono un incubo, non aggiungervi le tue fotografie.

Non fotografare la madre dell’assassino, e nemmeno quella della vittima. Non fotografare i figli di chi ha ucciso l’amante e nemmeno gli orfani dell’amante. Non fotografare chi subì ingiuria: la ragazza violentata, il bambino percosso. Le peggiori infamie fotografiche si commettono nel nome del “diritto all’informazione”.

Se è davvero l’umana solidarietà quella che ti conduce a visitare l’ospizio dei vecchi, il manicomio, il carcere, provalo lasciando a casa la macchina fotografica.

Non fotografare chi fotografa: può darsi che soddisfi solo un bisogno naturale.

Come giudicheremmo un pittore in costume bohemien seduto con pennelli, tavolozza e cavalletto a fare un bel quadro davanti alla gabbia del condannato all’ergastolo, all’impiccato che dondola, alla puttana che trema di freddo, a un corpo lacerato che affiora dalle rovine?Perchè presumi che il costume da freelance, una borsa di accessori, tre macchine appese al collo e un flash sparato in faccia possano giustificarti?

Questa poesia scritta da Ando Gilardi affronta diversi temi, ma il nodo centrale che mi tormenta da diverso tempo è: conosco sempre il motivo delle mie fotografie?

Chiedersi perchè si scatta una certa fotografia è essenziale per un fotografo, o almeno lo è per me. Quando riguardo le mie fotografie spesso mi chiedo cosa mi abbia portata a scattarle.

Quando mi sento a disagio, in un ambiente che mi disturba o con persone che mi mettono emotivamente in difficoltà non riesco a fotografare. Non sono la fotografa dei senzatetto, delle prostitute o della cronaca nera. Non sono la fotografa dei bambini in Africa ricoperti di mosche. (Anzi, a questo proposito, devo dire che ho letteralmente la nausea di fotografi e fotoamatori che per crearsi un portfolio vanno in una qualche missione in Africa a fotografare le persone che muoiono di fame).

Devo anche ammettere che mi è capitato di sbagliare nell’altro senso, perchè le foto, durante “gli eventi”, non possono essere sempre meditate, accorte, non si ha sempre il tempo di verificare se le persone effettivamente vogliano essere fotografate, o se si urti la loro sensibilità.

La foto rubata rimane comunque una tentazione irrefrenabile. Leggendo un altro libro, L’infinito istante (banner qui a lato) l’autore parla proprio dei diversi fotografi che hanno scelto come soggetti i ciechi, mendicanti, musicisti, etc, perchè paradossalmente i “soggetti perfetti” per il “realismo perfetto” della foto: fotografare chi non può accorgersi di essere fotografato.

Penso che la morale di una persona non debba essere dettata da leggi esterne, ma si debba orientare principalmente secondo coscienza. Certo, le leggi esistono, così come le religioni, indicando linee guida per il vivere comune e indirizzando la spiritualità personale, ma ormai da anni mi si è radicata la convinzione che il miglior modo per evitare rimorsi o rimpianti sia ascoltare (attentamente) la coscienza.

(E’ la più ovvia conseguenza ad un abbondante e inopportuno legiferare delle istituzioni e alle devianze mentali derivate dagli estremismi delle religioni, o no?).

Sono stata poco tempo fa in Cina (non per turismo) in una località che mi angosciava terribilmente. Lì ho conosciuto il mio primo “blocco del fotografo” (chissà forse ne parlerò più avanti). Fotografare non è esporre correttamente per le luci e premere un pulsante, c’è dietro molto di più.

La fotografia pone di fronte ai desideri e alla coscienza. Fotografare non è registrare un’immagine bidimensionale, ma è rivivere il pensiero e l’emozione esatta del momento in cui si è scattata la foto. E quindi cercarne l’intenzione.

In questo senso la fotografia permette di conoscere se stessi.

visto: sulla rete

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3 risposte a Non fotografare

  1. frattale ha detto:

    Bell’articolo. Mi ricordo anni fa sono andato a Cuba, e volevo fare delle foto, ma con discrezione ho sempre chiesto (se c’èrano delle persone) se potevo fotografarle. Ma visto che è la natura che mi interessa di più… a lei non devo chiedere, la fotografo e la rispetto.

  2. screanzatopo ha detto:

    bellissimo articolo
    io mi rifiuto di fotografare mendicanti et similia per non violentarli con lo scatto, per non sfruttarli ai miei fini

    pero’ mi piace l’approccio di Pino Bertelli, che prima di fotografarele persone vuol condividere le emozioni e i sentimenti
    lettura consigliata:
    http://www.pinobertelli.it/uploads/pdf/Sullafotografiadeldolore.pdf

  3. madpack ha detto:

    lo leggerò sicuramente

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